Trovo una interessante riflessione a commento del pensiero di Carlo Michelstaedter, sul libro Trieste di Ara e Magris. Riguarda il tempo della vita e si attaglia particolarmente bene alle ansie odierne, alle corse, alle fughe in avanti, verso dove non si sa.
Come tutti i grandi libri, La persuasione e la rettorica è insieme una bruciante testimonianza personale e la diagnosi oggettiva d'un fenomeno epocale, un'opera di rigore concettuale e di alta poetica, al modo dei dialoghi platonici e delle Operette morali di Leopardi.
Michelstaedter smaschera lo sviluppo della civiltà che priva l'individuo della persuasione ossia della forza di vivere possedendo pienamente il proprio presente e la propria persona senza consumarli incessantemente nell'attesa di un risultato che ha sempre da venire, che non è mai.
Gli uomini vivono invece solo "intanto", aspettando che giunga la vita e bruciandola in quell'attesa (...).
È il ritratto della nostra vita, che perdiamo perché speriamo che passi presto: affinché sia cessata l'influenza, superato l'esame, celebrato il màtrimonio o registrato il divorzio, terminato il lavoro, arrivate le ferie, giunto il responso del medico.
È l'analisi, condotta con eccezionale rigore, di un'alienazione filosofica che inizia agli albori dell'Occidente, quando alla sapienza - all'indivisa unità di vivere e pensare - subentrano il sapere e l'organizzazione del sapere e cioè la "rettorica", l'enorme ingranaggio della cultura, col quale gli uomini incapaci di vivere riescono ad ingannarsi, a precludersi l'annientante consapevolezza della loro mancanza di vita e di valore.
Ma allora, cosa fare?
Per inciso Michelstaedter si è ucciso all'età di 23 anni.


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