Frances Ha e Le cose belle.
Due film così diversi e così vicini per una sola caratteristica: la precarietà.
Greta Gerwig, finora a me sconosciuta attrice, è Frances una ragazza newyorkese che fa l'insegnante di ballo, talvolta la ballerina in spettacoli marginali, che vive con una amica, ha relazioni varie amicali o amorose, diversi appartamenti, diverse illusioni, qualche speranza, molte incertezze.
Ma Frances tutto sommato vive bene, cambia parecchie abitazioni ma sempre a Manhattan, cambia anche amici e affetti, ogni tanto rientra in famiglia ma subito se ne distacca.
Gli amici sono come lei, pieni di speranze e varie certezze sul proprio futuro che non si realizza però mai.
Vive una sua precarietà sorridente, anche se non priva di problemi quotidiani, in un mondo ed una società dove tutto sommato molti vivono nella precarietà e nella incertezza quotidiana.
Frances si adatta alle circostanze come alle persone.
Al termine del film, nella sua ennesima abitazione (certamente precaria anch'essa) e nell'ultima immagine del film inserisce il suo nome e cognome nella targhetta della cassetta postale ma lo spazio è piccolo e il cognome viene drasticamente ridotto e Frances Halladay diventa Frances Ha e va bene così, perchè darsene pena; non si smarrisce la propria identità per questo.
Ben diverso e pesante il clima di precarietà di Le cose belle, un film del genere "cronologico" come va un po oggi (vedi Linklater con la trilogia Before (Sunrise, Sunset, Midnight) e con Boyhood).
Silvana, Adele, Enzo e Fabio sono quattro ragazzini napoletani che i registi Ferrante e Piperno seguono dall'adolescenza all'età adulta a distanza di 12 anni. Vivono in case popolari e povere ma tutto sommato dignitose, non sono vittime predestinate della camorra, cercano anzi di vivere con una certa dignità la vita fatta di cose molto semplici ed umili. Coltivano i loro sogni e le loro speranze, cantando e ballando spesso, sognando successi mediatici senza le paranoie del protagonista di Reality.
A Napoli c'è un augurio-saluto che non si dice mai in napoletano ma in italiano "Tante cose belle" e le cose belle, però, non arrivano mai.
La precarietà mitigata dalle speranze della giovane età si tramuta in precarietà-disperazione dell'età adulta, nella certezza che sarà come una tigna che non si cura e di cui non riesci a liberarti.
Qualcuno si butta nel lavoro, qualcuno lo rifiuta "sei uno schiavo!" grida ad un certo punto uno dei quattro all'amico che lavora; qualcuno fa figli, qualcuno fugge e si trasferisce altrove.
Ma le cose belle quali sono? e se ci sono dove sono? e soprattutto nella loro vita sono previste o prevedibili?
E' la domanda che una voce fuori campo rivolge ad una delle due ragazze "e invece parlami delle cose bbelle?" e dopo l'incertezza del rispondere "... le cose bbelle ?" segue solo un grande silenzio.
Un film-documentario esemplare e unico, intenso da rimanere senza fiato.
Vorrei incontrare questi quattro ex-ragazzi per abbracciarli uno ad uno e chiedere loro perdono.